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La finestra sul passato

La finestra sul passato

Un piccolo bimbo

Prima di andare a scuola sapevo già leggere e scrivere e conoscevo le tabelline a memoria. Almeno così mi hanno raccontato, visto che all’epoca avevo quattro, forse cinque anni? Mi dissero pure ch’ero piuttosto bravo nei videogiochi e riuscivo a competere negli arcade meglio dei bambini più grandi. Di questo ricordo qualcosa, per esempio che ero un tappetto e dovevano mettermi delle casse sotto ai piedi per farmi arrivare a toccare i pulsanti del cabinato. Forse perché è una passione che mi è rimasta tutta la vita, ma non credo si possa parlare di chissà quale fantastiliante qualità.

I miei genitori mi iscrissero alla primina, una specie di anticipo scolastico. Sono sempre stato il bimbo più piccolo della classe e per tanti anni non sono riuscito a capire se fossi troppo sveglio o troppo stupido. Per esempio, mi piaceva inventare le parole e non capivo perché non potessi farlo. «Questa parola non esiste», mi dicevano, «E quindi?», pensavo io. Mi piaceva smontare le cose: oggetti, dispositivi elettronici, giocattoli; volevo capire cosa c’era dentro e come facevano a funzionare in un certo modo.

Baby Andrea Brandi

«Il problema sono io», pensavo certe volte, «non sono normale». Del resto la mia diversità era piuttosto evidente. A un certo punto volli giocare con le bambole e chiesi a Babbo Natale la Barbie e altre bambole. I miei genitori mi accontentavano sempre ed ero felice. Ma non sapevo ancora che nel 1990, trent’anni fa, se eri un maschietto e volevi giocare con gli altri bambini dei giochi “da femmina”, eri tanto sensibile, gentile con tutti, perennemente curioso e in cerca di amore e dolcezza, vi assicuro che la reazione generale non era di accoglienza, ma di violenza totale.

«Ricchion’», dicevano, «Ma che significa?», pensavo piangendo e non capivo. Erano tante le cose che non capivo. Oggi capisco che era proprio il mio non capire le cose che mi spingeva intensamente a esplorarle.

Ricordo le lacrime. Ricordo le risate. Ricordo che durante l’intervallo scappavo per non farmi trovare. Ricordo che la sala giochi era uno dei pochi posti che mi facevano stare bene. Ero bravo e mi sentivo un vincente, almeno in quello, mentre gli altri ragazzini mi osservavano. L’importante era che non emergesse il mio cuore di bambina innamorata. Poi c’era il divano e la TV coi Cavalieri dello Zodiaco, Dragon Ball, Il mistero della pietra azzurra. Sotto la TV c’erano le console coi mai scordati videogiochi anni 80 e 90.

Le Barbie mi annoiarono in fretta ma la casa delle bambole era stupenda e le bamboline da far camminare nella casetta erano meglio del Subbuteo. Poi certo: i videogiochi erano sempre i più divertenti.

Un pessimo studente

Sono stato un pessimo studente. Ricordo certi compiti pieni di segnature rosse perché «troppe virgole» o «periodi troppo lunghi»… «E quindi?» pensavo sempre io, che già in età infantile ero assolutamente insofferente a qualsivoglia tipo di regola o impostazione predefinita e non capivo, davvero non riuscivo a capire perché mai una frase non potesse essere lunga, lunghissima, oppure corta, cortissima, e secondo quali regole scritte o meno - che poi nel tempo scoprii effettivamente avere la loro dose d’importanza - non potessi inventare parole, o fare piccoli errori, o piccole eccezioni a regole che comunque, a un certo punto della storia, erano state decise da qualcuno, probabilmente qualche scrittore o professore (non potevo saperlo con precisione) che aveva stabilito criteri secondo i quali un certo modo di scrivere fosse buono, meno buono, oppure pessimo: tanto pessimo da meritare una bella riga rossa o un voto scarso in pagella.

Ok, tutti questi ragionamenti non erano così espliciti, piuttosto, ballavano nella mia testolina: il tip-tap. E vi assicuro che per il fragile e delicato cervellino di un moccioso, erano dolorosi.

Continuai a essere un pessimo studente. Non tanto per i voti, che erano nella media, ma perché la scuola diventava, con il passare degli anni, un obbligo sempre più insostenibile. «Una perdita di tempo» pensavo, rifiutandomi il più possibile di andarci. Quei mal di testa e mal di pancia che passavano dopo un’ora erano molto puntuali, abbastanza da poter fare quello che mi pareva: giocare ai videogiochi e leggere libri. Non i testi scolastici, che tranne alcune eccellenti eccezioni consideravo noiosi, parlo dei miei libri, quelli che mi facevo comprare dai miei genitori. Se la memoria non m’inganna, devo aver letto quasi interamente la bibliografia di Agatha Christie su Hercule Poirot prima di iscrivermi alla scuola media.

A furia di leggere mi misi in testa che avrei potuto scrivere anch’io. Alla domanda: «cosa vuoi fare da grande?» avrei prontamente risposto: «lo scrittore». Era così bello immaginare di essere parte di tutte quelle storie, esplorare quei mondi fantastici. Perché non crearli io stesso, dunque?

Cominciai a scrivere bozze mai completate di storie astruse che non so che fine abbiano fatto. Scrivere racconti era più difficile di quanto immaginassi, per questo passai alle poesie: quaderni su diari su quaderni di versi vari.

Per questo me ne stavo quasi sempre in casa, per i fatti miei con le mie cose, i miei libri, i miei giochi. Sono sempre stato un tipo introverso e solitario.

I miei libri, le mie poesie

Credo che il mio primo autore sia stato Jules Verne. Quanto amavo la fantascienza! Perché proprio lui? Immagino per i titoli o le copertine dei libri. All’epoca non esisteva il web come lo conosciamo oggi e il modo più rapido per scegliere un libro era entrare in libreria e camminare tra gli scaffali. Nessuna recensione, nessun video su YouTube, puro istinto bibliofilo.

Parlare troppo apertamente coi miei compagni di classe della mia passione per la scrittura, i libri o le poesie, era ovviamente fuori discussione: il metodo più efficace per essere preso in giro e peggiorare insostenibilmente la mia già pessima vita scolastica. Dovevo farmi piacere soprattutto il calcio, non che lo odiassi all’epoca; e i videogiochi: quelli andavano bene.

Nacque soltanto in seguito la mia passione per il cinema. Mi è capitato spesso di guardare adattamenti cinematografici dopo aver letto i libri. Un esempio eccellente è “Il signore degli anelli”, che avevo letto anni prima e aspettavo da matti al cinema nel 2001. Se oggi la saga è tanto famosa lo deve anche al successo di quei film. Avevo quindici anni e ricordo che tra i miei coetanei pochi lo conoscevano e nessuno aveva letto il libro.

Dall’essere sbagliato io, cominciai a pensare che forse ero nato dieci anni troppo presto o dieci anni troppo tardi; oppure nel posto sbagliato al momento sbagliato. La mia personalità non si conciliava molto bene con lo stile di vita medio dei piccoli paesini del napoletano. Ho sempre sopportato con fastidio tutto ciò che mi circondava. Tutte le mie passioni, ciò che amavo davvero fare, erano la mia unica valvola espressiva.

La verità è che ero soltanto l’ennesimo ragazzino pieno di dubbi e incertezze. Mi rendevo conto, ogni giorno di più, che il mio essere “geniale”, come alcune persone che m’hanno voluto troppo bene mi avevano definito, non era altro che una menzogna e che, in ogni caso, non si trattava di una qualità ma di una condanna a soffrire per il resto della mia vita.

Oggi ripenso al passato con una certa nostalgia, ma in quei momenti ero dannatamente serio. Quasi mi sentivo come un condannato a morte semplicemente per il fatto di essere me.

Il computer e internet

Il mio vecchio portatile con Gentoo e Gnome nel 2006

Uno degli eventi più strabilianti della mia vita fu quando cominciai a smanettare col mio primo vero PC. Montava una scheda audio Sound Blaster Live a cui decisi di aggiungere, dopo qualche mese, una scheda video 3dfx Voodoo 2 per non restare limitato coi giochi 2D, che pure amavo, come Gabriel Knight o Monkey Island. Ce l’ho ancora in cantina da qualche parte. Ah, che belli i tempi di Half Life e Deus Ex giocati rigorosamente a 800x600. Amavo sempre le mie console: Nintendo, SEGA, PlayStation, le avevo tutte ma, il PC, ha sempre esercitato su di me un fascino magnetico.

Quando arrivò internet tutto cambiò per sempre. Avrò avuto circa tredici anni la prima volta che sentii quel caratteristico rumore del modem da 56k che tenta di collegarsi alla linea telefonica. IRC, ICQ, Napster e siti web con tante cose a portata di clic. Erano nulla rispetto a oggi ma subito mi sembrò di essere approdato in un nuovo mondo sconfinato, molto più grande del piccolo mondo in cui, troppo spesso, mi sentivo intrappolato.

Finalmente potevo leggere cose inedite e condividere le mie passioni con persone più grandi in chat e sui Forum. Sulla rete non mi chiamavo Andrea, ma ero “io” dietro quel nickname. Nella vita reale mi chiamavo Andrea, ma ero solo una pallida imitazione dell’Andrea che avrei voluto essere.

Quando pochi anni dopo, all’incirca nel 2000, scoprii il magico mondo di GNU+Linux e mi feci mandare via posta i CD con la distribuzione Red Hat Linux, ero solo all’inizio di un’avventura che continua ancora oggi.

Cominciai ad acquistare, assieme a riviste videoludiche come Giochi per il mio computer, The Games Machine e PSM, anche riviste e libri che parlavano di informatica e programmazione.

A 14-15 anni fondai il mio primo sito dedicato ai videogiochi: Hot PlayStation, poi confluito in Joypad.it, che oggi è conosciuto come Multiplayer.it. All’epoca era tutto estremamente amatoriale e i grandi siti, che oggi sono aziende, reclutavano anche ragazzini come me.

Amore e dolore

Infine m’innamorai per la prima volta. Fu un abbaglio di luce brillante che, poco a poco, divenne un buio accecante che mi pervase gli occhi fino a farmi perdere la bussola del mio destino. La reciproca fatalità di quella storia mi ha segnato per tanti anni e mi ha insegnato tante cose sulla vita e su me stesso. A caro prezzo, certo, ma c’è sempre un prezzo da pagare ogni volta che assimili profondamente una lezione.

Ciò che non ti uccide, ti rende più forte.

— Friedrich Nietzsche. Ecce Homo. 1888

Ho scritto «infine» perché, dopo quella lunga storia, il mio cuore si spezzò e cominciò la fase 2 della mia vita, una fase di ricognizione e cambi di rotta. Dovevo ritrovare me stesso, perché ormai non mi vedevo da troppo, troppo tempo. Ero un fantasma. Non scrivevo più e leggevo sempre meno libri, giocavo sempre meno videogiochi e mi sentivo frustrato, profondamente, da tutto. Ero tornato a essere fragile, come quando i bambini cattivi mi prendevano in giro e piangevo piccole lacrime di afflizione.

Infranta definitivamente l’artefatta corazza di cristallo che permeava la mia anima nella vita vera, rimasi nudo. Solo allora potei guardare in profondità: nell’abisso della mia vita sprecata a «fare cose che non mi va di fare». Vedendo “La grande bellezza” al cinema nel 2013, udendo Jep Gambardella pronunciare simili parole, un sorriso comparve sul mio viso: lui ci aveva messo 65 anni per capirlo, io ce ne avevo messi solo 25.

Accettare di avere sbagliato così tante cose fu traumatico, ma fu anche il momento in cui mi resi conto di essere forte, più forte di quanto avessi mai immaginato. Fragile, ma forte, come un albero con molte radici e poca chioma in cui la linfa vitale scorre a stento. Ero stato troppo “nelle cose” e troppo poco “sopra le cose”. Spoglio com’ero, non avrei potuto offrire riparo dalle intemperie a nessuno, nemmeno a me stesso. Forse perché la primavera della vita mi era sfuggita tra le mani. Ciononostante ero ancora in piedi grazie alla robustezza delle mie radici.

Un nuovo inizio

Anche se inizialmente può far soffrire, lasciare andare il passato può essere una delle cose migliori che ci possano capitare. Anzi, i più grandi traumi e le più grandi perdite della mia vita coincidono coi miei più grandi balzi di crescita personale. Cominciai a eliminare dal mio vocabolario tutti gli «avrei voluto» e «avrei potuto» per concentrarmi su cosa fare in quel momento.

Per motivi parzialmente oscuri anche a me stesso, anche se fin dalla nascita ogni cellula del mio corpo mi diceva che avrei dovuto seguire un percorso umanistico, scelsi d’iscrivermi alla Facoltà di Scienze. Amavo i computer e la programmazione, così pensai di frequentare il CdL in Informatica. Alcune cose mi piacevano molto, altre le percepivo come una totale seccatura. Fu un percorso più pietroso di quanto immaginassi inizialmente.

La filosofia mi salvò, facendomi conoscere i miei grandi maestri del pensiero, quelli che avevo sempre desiderato incontrare da tutta la vita.

Feci allora la scelta che mi pareva più sensata: dedicare le mie giornate a studiare solo e soltanto le materie che mi affascinavano davvero. Sono passato da algebra, informatica e statistica a filosofia, psicologia, antropologia, storia dell’arte, scienze sociali, scienze economiche… Insomma, tornai sulla strada che ero destinato a percorrere e che, per varie congiunzioni astrali, non avevo imboccato. Forse doveva andare così.

Oggi posso affermare che è stato proprio quel bagaglio di esperienze della mia vita passata a consentirmi di approcciare scientificamente molti problemi non scientifici o di vedere certe cose sotto una luce particolare e peculiare. Alla fine, pure quelli che consideravo errori, si sono rivelati utili in modi sorprendenti e niente affatto scontati.

Ho commesso decine di errori e ho dovuto superare parecchi ostacoli facendo tanti sacrifici; tanto grandi che molti impazzirebbero soltanto a sentirne parlare; sacrifici che non sono finiti e forse non finiranno mai.

Accettare, scegliere, aspettare

Scuola di Cavalleria: con impeto e ferreo cuore oltre l'ostacolo

Ordunque vi starete chiedendo: qual è la morale di questa parziale storia della mia vita? Che non è mai troppo tardi per imparare e cambiare.

La prima parola chiave è accettare. Dimenticare il passato non vi salverà. Ciò che siamo oggi è la conseguenza inevitabile di tutte le nostre esperienze passate. Bisogna imparare ad accettare il passato per abbracciare il presente, per il nostro bene. Ciò significa affrontare tutti gli scheletri che abbiamo nell’armadio: non bisogna mai sbarrare le porte. Se non si affrontano i fantasmi, non si possono superare le paure. Se non si superano le paure, si fugge sempre dinanzi al pericolo.

La seconda parola chiave è scegliere. Quando scegli davvero e sai esattamente perché hai compiuto una determinata scelta, ogni motivo, per filo e per segno, consapevole delle conseguenze a cui potrebbe portare, buone o cattive, allora puoi vivere serenamente anche nel sacrificio. Quando si dissolve la coltre d’ignoto che oscura la vista di ciò che è innanzi, allora scompare la paura, una paura che non sapevi nemmeno di avere perché era stata celata dalla nebbia dell’inconsapevolezza.

Quando tutto attorno è buio, non c’è altro da fare che aspettare tranquilli che gli occhi si abituino all’oscurità.

— Haruki Murakami. Norwegian Wood. 1987.

La terza parola chiave è aspettare, sicuramente la qualità più importante che sono riuscito ad acquisire nella vita nonché la virtù più sottovalutata sulla faccia della terra. Perdere la pazienza significa perdere la battaglia.

Una volta mi dissero: «Non cambierai mai». Eppure, sono cambiato. O forse sto solo diventando ciò che sono, giorno dopo giorno.